Happy Trails
Ogni volta che ascolto questo disco, ogni volta che la Shure ripercorre solchi a le già molto noti, il mio cuore torna alla San Francisco di quegli anni…

Happy Trails è stato pubblicato nel marzo del 1969 dalla Capitol. È l’album più celebre del duo chitarristico composto da John Cipollina e Gary Duncan, ed è registrato quasi interamente dal vivo (durante concerti tenuti nel 1968) e col gruppo momentaneamente sciolto.
Si tratta di uno dei dischi più fumati della storia del rock, uno dei pochi che si può definire acido e psichedelico dalla prima all’ultima nota, al punto che ancora oggi se lo mettete sul piatto fa l’effetto di un trip andata e ritorno, tanto allucinato che inizio e fine, partenza e arrivo si fondono in un unico luogo immaginario.
Già, il luogo…
Siamo nella San Francisco di fine anni ’60, quella dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, ma in realtà questi gruppi sono altrove. E lo sono soprattutto i Quicksilver Messenger Service di John Cipollina e Gary Duncan. La band infatti non troverà mai una collocazione precisa, né in termini di successo né di formazione, soffrendo di alti e bassi, di dipartite e ritorni, in una sorta di percorso sballato, quasi senza meta.
Unico vero viaggio portato a termine in modo glorioso fu “Happy trails”, una cavalcata registrata parzialmente dal vivo al Fillmore (e dove se no?), in cui i quattro liberano il loro pionierismo strumentale inseguendo una visione fortemente rock.
Non a caso su tutta la scaletta aleggia il fantasma di Bo Diddley, fautore di una fisicità acida mai troppo riconosciutagli (neanche ora che se ne è andato): i Quicksilver Messenger Service ne riprendono un paio di pezzi (“Who do you love”, “Mona”) traslandone la struttura per esaltarne lo spirito rock’n’roll fino ad una libertà assoluta.
Messaggeri di una visione più che di un suono o di una nozione, Cipollina e soci salutano beffardi l’agiatezza della forma canzone, rappresentata in copertina dalla moglie che resta a casa, per correre a briglia sciolta verso territori West in cui richiami ispanici-morriconiani echeggiano tra antri rock-blues (degni dei Ten Years After). Dopo una “Maiden of the Cancer Moon” e una memorabile “Calvary”, i Quicksilver Messenger Service mandano i loro ossequi anche al country della title-track.
Dall’alto di quelle “piste felici”, scoperte con l’ausilio di strumenti e sostanze non solo musicali.
